Trovo interessante la tua osservazione sull’intelligenza artificiale come “strumento per le scimmie” e sull’arte della programmazione riservata evidentemente a pochi eletti.
Ma vedi, proprio questa idea che la programmazione sia un' “arte nobile” da preservare da strumenti di supporto – come se fossero un’eresia – è esattamente il tipo di atteggiamento che ha spesso frenato la diffusione della conoscenza.
Se oggi una persona che non viene dal mondo tecnico riesce a scrivere codice funzionante, capire come interagiscono elettronica e software, e farsi domande sensate… non è un segnale di decadenza culturale, ma di democratizzazione dell’accesso al sapere.
Nessuno ha detto che si possa delegare tutto all’IA o evitare lo studio. Ma screditare chi ci prova – dando implicitamente del primate – dice più sulla postura mentale di chi giudica che sulla qualità del codice.
L’arte non è solo nel creare, ma anche nel trasmettere, semplificare e includere. E in questo, chi usa l’intelligenza artificiale per imparare, magari ha capito qualcosa in più di chi la guarda dall’alto con sufficienza.
In sintesi, da accademico e professionista di altro settore, mi permetto di ricordare che la comunicazione socialmente civile appartiene agli uomini evoluti.
Chi non riesce a praticarla, probabilmente, appartiene allo stesso ordine delle scimmie che – a quanto pare – non conoscono nemmeno l’arte del comunicare.